top of page
Cerca

La paura di soffocare: l'anginofobia

  • Immagine del redattore: dott.ssa Noemi Taddio
    dott.ssa Noemi Taddio
  • 7 feb 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 12 feb 2020


Il termine fobia (dal greco φόβος, phóbos, "panico, paura") indica un'irrazionale e persistente e sproporzionata paura e repulsione rispetto a certe situazioni, oggetti, attività o animali, che non rappresentano un reale pericolo per la persona.


L’anginofobia è una particolare patologia, caratterizzata dalla paura di deglutire e rimanere soffocati.

I soggetti che ne sono afflitti vivono un dramma quotidiano, che si accentua al momento dei pasti. Il cibo passa da essere fonte di nutrimento e piacere a nemico. L’#ansia diviene sempre più pervasiva e si verificano non di rado crisi e attacchi di panico. Senza un adeguato sostegno psicologico il rischio è di sviluppare un graduale isolamento sociale, un impoverimento della qualità della vita percepita, una salute sempre più cagionevole e conseguenti sintomi depressivi.


 

L'esordio e la sintomatologia

L’esordio anginofobico avviene solitamente in età pre-adolescenziale o adolescenziale. Tuttavia molto spesso i pazienti si rivolgono ad uno psicologo in età adulta, poiché per lungo tempo hanno cercato di convivere con il problema, cercando di risolverlo autonomamente o integrandolo in un loro proprio modo di vivere.

Frequentemente si riscontra nelle persone colpite da questo disturbo una passata esperienza traumatica, capitata in prima persona o accaduta ad altri, soprattutto all’interno di relazioni di riferimento (genitori, nonni o amici intimi).

I primi campanelli d’allarme sono caratterizzati da un’insolita e improbabile paura che qualcosa di blocchi nella gola, restando così soffocati. Si comincia di conseguenza a selezionare attentamente il cibo ingerito (evitando alimenti che contengono parti più piccole, facilmente sfaldabili o con margini appuntiti). Con l’andare del tempo l’ossessività del controllo sul cibo e l’intrusività dei pensieri relativi alla deglutizione e alla gola giungono a impedire il consumo di qualsiasi pasto solido, e nei casi più gravi addirittura l’ingerimento dell’acqua o della saliva (gesto peraltro del tutto “meccanico”) diventa di motivo di ansia. La paura che insorge non è motivata tanto dall’azione del deglutire in sé, ma dalle conseguenze che la persona teme ne possano scaturire, ovvero una sensazione di fastidio, l’ansia per il dubbio che qualcosa possa essersi bloccata in gola, e infine un possibile soffocamento. Pertanto la persona mette in atto tutta una serie di tentate soluzioni che spesso sono il punto di partenza per lo strutturarsi di un circolo vizioso che alimenta il problema anziché alleviarlo.


Spesso la paura di un male ci conduce ad un male peggiore (Ballau)


Strategie e tentate soluzioni

La strategia più utilizzata dal soggetto anginofobico viene chiamata “strategia di #evitamento”: in pratica, il soggetto inizia con l’eliminare cibi, a suo avviso, più pericolosi di altri, riducendo sempre di più la gamma di alimenti reputati non rischiosi. L’evitamento tuttavia produce l’innescarsi di un circolo vizioso che risulta auto-alimentante per il disturbo: nell’immediato infatti la persona si sente sollevata dalla minaccia (“è una soluzione efficace, la applicherò di nuovo”), ma subito dopo l’effetto sarà quello di confermare la pericolosità del cibo evitato (“non sono rimasto soffocato perché non ho mangiato quel determinato alimento che è pericoloso”) giungendo quindi ad una deprivazione alimentare dannosa non solo per il perpetrarsi del disturbo fobico ma anche per salute fisica.


Ogni evitamento conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo (Giorgio Nardone).


Un’altra tentata soluzione disfunzionale tipica del soggetto anginofobico comporta una regressione da un punto di vista alimentare, che consiste nel frullare/omogenizzare i cibi, portando l’alimentazione ad essere molto simile a quella dell’età dello svezzamento. Spesso la fobia di morire soffocati e i pensieri ossessivi riguardo al funzionamento della gola e il controllo del cibo hanno ricadute negative sulla vita sociale, lavorativa o scolastica ( nel caso di bambini o adolescenti) a tal punto da innescare un pericoloso isolamento, che non di rado culmina in una grave forma depressiva.


 

Percorso diagnostico e di cura

È necessario dunque, una volta escluse cause organiche di esclusiva competenza medica, affidarsi ad un #supporto #psicologico, per comprendere le possibili cause scatenanti del disturbo e costruire attraverso un’esperienza diretta e concreta una possibile via di soluzione. Una delle tecniche più efficaci nella riduzione dell’ansia legata ad un disturbo fobico è quella dell’esposizione (Clark D.M., Salkovskis P.M. 1991; Sanavio, 1994). La procedura di esposizione si pone l’obiettivo di permettere al paziente di percepire e valutare in modo “controllato” l’oggetto della propria paura. Questo metodo consente al paziente di riappropriarsi di quelle funzionalità sociali e quotidiane che ha perso a causa dei rilevanti evitamenti dovuti all’anginofobia. L’utilizzo dell’esposizione deve avvenire in maniera graduale: esporre un paziente allo stimolo fobico sin dalle prime sedute risulterebbe inutile, oltre che dannoso. Risulta estremamente utile inserire all’interno del percorso terapeutico anche alcune tecniche di educazione respiratoria: hanno la funzione di permettere al paziente di mantenere “sotto controllo” i livelli di ansia, che spesso raggiungono picchi quasi insostenibili per il paziente e di gestire più efficacemente alcune situazioni quotidiane. (Emanuel Mian & Emanuela Russo, Emotifood)

Sono invece sconsigliabili le terapie di gruppo: sebbene si tratti di una patologia più diffusa di quel che si pensi, l’esperienza e l’oggetto specifico della fobia sono soggettivi e necessitano quindi di essere affrontati in maniera specifica e individuale.

Bisogna tener presente che l’#anginofobia non può essere guarita nell’immediato. Infatti, benché l’andamento sintomatologico possa modificarsi piuttosto rapidamente, è consigliato proseguire la terapia per un tempo non inferiore agli 8 mesi, per focalizzare l’attenzione sulle cause scatenanti e più profonde del disturbo, al fine di comprenderne i meccanismi di innesco e poter far fronte ad eventuali ricadute o recidive. Per un paziente tutto questo può essere molto difficile, ma con fiducia nel lavoro terapeutico (bisogna scegliere il professionista giusto!), costanza e determinazione, si giunge ad un esito positivo.


Dott.ssa Noemi Taddio


 

BIBLIOGRAFIA

Emanuel Mian & Emanuela Russo “La paura di soffocare: anginofobia.” Emotifood

Nardone G. (2016) “La Terapia degli attacchi di panico.” Editore Ponte alle Grazie

Nardone G., Salvini A. (2013) “Dizionario internazionale di Psicoterapia.” Garzanti

 
 
 

Commentaires


bottom of page