I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)
- dott.ssa Noemi Taddio
- 19 feb 2020
- Tempo di lettura: 8 min
Il DSM-V (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) definisce i disturbi della nutrizione dell’alimentazione come “caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o di comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”.
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono patologie caratterizzate da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. Alcune persone possono ricorrere per momenti della loro vita ad uno o più comportamenti utilizzati da chi soffre di DCA (digiuno, assunzione di diuretici o lassativi ecc.), ma ciò non vuol necessariamente dire che si tratti di un vero e proprio disturbo alimentare.
Il DSM-V include le seguenti categorie diagnostiche (le prime tre riguardano soprattutto i disturbi della nutrizione dell’infanzia):
Pica
Disturbo di ruminazione
Disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo
Anoressia nervosa
Bulimia nervosa
Disturbo da alimentazione incontrollata
Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con specificazione
Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione senza specificazione
Soffrire di un disturbo alimentare sconvolge la vita di una persona; al di là dei problemi fisici e della consistente sofferenza psicologica, il disturbo si ripercuote pesantemente anche su aspetti sociali e lavorativi. Tutto il mondo dell’individuo si riduce nell' ossessivo pensiero del cibo e della paura di ingrassare. Le attività che prima erano all’ordine del giorno diventano motivo di forte stress o ansia: mangiare in pausa pranzo a lavoro, fare la spesa, essere invitati ad un compleanno… I pensieri si concentrano ossessivamente sempre sui temi del cibo, del corpo, del peso e ruotano intorno alla paura di perdere il controllo, di mangiare smodatamente e prendere peso.
L’eziopatogenesi dei Disturbi della Nutrizione e della Alimentazione vede l’interazione di numerosi fattori:
· fattori predisponenti (genetici, psicologici, ambientali e socioculturali),
· fattori precipitanti (diete restrittive e difficoltà psicologiche, comorbilità con altre patologie),
· fattori di mantenimento (sindrome da digiuno e il rinforzo positivo dall’ambiente).
Quali sono i segnali che possono aiutare ad identificare un disturbo alimentare in qualcun altro?
Dobbiamo tenere a mente che una persona affetta da disturbo alimentare difficilmente ammette il disturbo e chiede spontaneamente aiuto. Tuttavia non è così semplice capire se un amico o un familiare abbia davvero sviluppato o stia sviluppando un disturbo alimentare, poiché spesso nell’arco della nostra vita possiamo avere un rapporto non sano con il cibo o utilizzare strategie proprie dei DCA senza per questo soffrirne. Possiamo però individuare alcuni campanelli d’allarme:
• Un calo di peso corporeo significativo (non dovuto ad altre patologie)
• Menzogne riguardo a quanto e quando la persona ha mangiato
• La persona ingerisce gran quantità di cibo molto in fretta
• La persona si reca spesso al bagno subito dopo aver mangiato
• La persona si allena in modo eccessivo o svolge attività motorie molto intense e non necessarie
• Tentativi di evitamento di situazioni sociali in qui è previsto un pasto (compleanni, uscite con gli amici, ritrovi di classe ecc.)
• La persona taglia il cibo in pezzi molto piccoli o mangia molto lentamente
• La persona legge ossessivamente le componenti del cibo e conta
per ogni pietanza l’apporto calorico
• Indossa vestiti larghi per nascondere la perdita di peso
• Sulla mano si presenta un segno sulle nocche, come una bruciatura o un’escoriazione, non motivata

Valutazione e diagnosi
Bisogna tener presente che molto raramente la persona con disturbo alimentare si accorge di avere un problema e chiede aiuto. La malattia porta anzi a rifiutare e allontanare tutti coloro che si preoccupano del loro modo di mangiare e del loro peso. Per quanto assai difficile e faticoso, il ruolo dei familiari o dei conoscenti più intimi è di fondamentale importanza, al fine di riconoscere tempestivamente l’insorgenza del disturbo e mettere in atto le dovute terapie.
Non tutti i problemi che si manifestano con un alterato comportamento alimentare sono dei veri e propri disturbi dell’alimentazione. Altri disturbi psichiatrici come ad esempio la depressione, le fobie, il disturbo ossessivo- compulsivo, stress o disturbi della sfera emotiva, possono esprimersi attraverso un alterato rapporto con il cibo senza per questo rappresentare un DCA. Per questo motivo è indispensabile rivolgersi a professionisti per una diagnosi differenziale.
La valutazione diagnostica ha in genere una durata di 2-4 visite svolte da uno psicologo o uno psichiatra. In questa sede avviene una valutazione diagnostica della storia del peso, delle abitudini alimentari, degli atteggiamenti riguardo al cibo e al proprio corpo. Viene inoltre esplorata attraverso la narrazione la situazione familiare e sociale, il funzionamento scolastico o lavorativo e nel complesso le relazioni interpersonali. Il coinvolgimento della famiglia è indispensabile per sostenere il paziente con DCA, per completare il quadro diagnostico e per creare insieme al terapeuta (e agli altri professionisti) un clima di sostegno e di collaborazione lungo tutto il percorso terapeutico.
Prenderemo in esame di seguito i due disturbi alimentari più diffusi nella popolazione: anoressia e bulimia nervosa.
L’anoressia nervosa
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V), si possono distinguere due forme di anoressia nervosa:
anoressia restrittiva o di tipo 1, in cui la perdita di peso è ottenuta attraverso una dieta ferrea, il digiuno e/o l’eccessiva attività fisica.
anoressia con bulimia o di tipo 2, all’interno del quale alle condotte di restrizione dell’assunzione del cibo, si aggiungono episodi di abbuffate e conseguenti condotte di eliminazione.

I criteri diagnostici per l’anoressia nervosa sono i seguenti:
· restrizione nell’assunzione di calorie e di cibo in generale;
· peso corporeo significativamente basso, inferiore al minimo normale (cioè IMC <18,5) o, per i bambini e gli adolescenti, inferiore a quello minimo atteso (cioè < 5° percentile);
· intensa paura di aumentare di peso o di ingrassare, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se già significativamente basso;
· alterazione della rappresentazione mentale del proprio corpo e percezione costante di essere sovrappeso;
· eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima;
· persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso.
Il sintomo più evidente, fin dall’esordio dell’anoressia, è sicuramente il calo ponderale. Spesso l’esordio dell’anoressia nervosa è dovuto da una dieta o un qualche evento che determina una perdita di peso, per cui anche da parenti e amici questo può non essere percepito come un qualcosa di preoccupante. A questi successi della dieta subentrano ben presto meccanismi patologici che alimentano il disturbo: il peso corporeo raggiunto non è mai abbastanza basso, l’autovalutazione del proprio corpo (body checking) diventa sempre più critica e continuativa, l’esercizio fisico si intensifica sempre di più e il controllo del cibo e dell’alimentazione si estremizza fino al digiuno.
Nelle prime fai dell’anoressia la paziente può sperimentare un particolare stato di euforia, un senso di benessere e di onnipotenza, connesso al controllo ossessivo del comportamento alimentare. Questo apparente benessere porta a complicare ulteriormente la gravità del disturbo, in quanto la paziente nega qualsiasi disagio fisico o psicologico e rifiuta di conseguenza ogni tipo di aiuto e di supporto.
La bulimia nervosa
Il termine bulimia (dal greco βουλιμία, boulimía, propriamente "fame da bue", composto di βοῦς, bôus, "bue", e λιμός, limós, "fame") indica, nel linguaggio medico, una voracità patologica ed eccessiva associata a condotte alimentari disfunzionali per il controllo del peso, quali vomito autoindotto, abuso di farmaci lassativi o diuretici, digiuno abuso di attività fisica. Il disturbo bulimico è ancora di più difficile individuazione rispetto all’anoressia nervosa, in quanto le persone che ne sono affette solitamente presentano un peso corporeo nella norma.
La Bulimia nervosa è caratterizzata da abbuffate e inappropriate condotte compensatorie, almeno 1 volta alla settimana e per 3 mesi. Il DSM-V definisce i criteri diagnostici della bulimia nei seguenti:
Frequenti episodi di abbuffate ( l’ingestione di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili);
Sensazione di perdere il controllo durante l’abbuffata;
Utilizzo di “inappropriate” condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso (vomito autoindotto; abuso di farmaci quali lassativi e diuretici; digiuno o attività fisica eccessiva);
Le abbuffate e le condotte compensatorie inappropriate si verificano entrambe in media almeno una volta a settimana per 3 mesi;
Eccessiva influenza del peso e della forma corporea sui livelli di autostima dell’individuo.

L’esordio della bulimia nervosa si verifica di solito in seguito ad una dieta ipocalorica o ad un rapido dimagrimento, eventi a volte associati a situazioni di forte stress o ad un vero e proprio trauma emotivo o relazionale. L’esordio è talvolta legato ad un intenso sforzo che la persona ha compiuto o compie nel seguire una dieta o nel perdere peso. Spesso la difficoltà di seguire in modo ferreo le regole della dieta auto-imposta si traduce nel consumo di cibo superiore a quanto previsto e ad un conseguente senso di fallimento e demoralizzazione.
Se all’inizio la crisi bulimica (abbuffata e condotta compensatoria) può essere saltuaria o occasionale, col passare del tempo può diventare una compulsione a cui è difficile sottrarsi. La persona infatti, una volta attivato questo meccanismo, tende ad utilizzare il cibo come auto-medicazione per difficoltà psicologiche o in seguito a momenti di forte stress, ma gli effetti positivi del cibo sono ben presto sostituiti da una profonda angoscia dovuta alla possibilità di ingrassare e alla percezione della perdita di controllo. Si innesca così l’esigenza di mettere in atto i comportamenti compensativi, che riportano tuttavia la persona ad una sensazione di vergogna, di colpa, di debolezza e di mancanza di valore personale.
Terapia
La maggior parte delle persone che vive un disturbo dell’alimentazione non ha consapevolezza del proprio disturbo, della gravità delle sue condizioni fisiche e psicologiche e rifiuta ogni forma di aiuto esterno. Infatti la ricerca continua della magrezza, il mangiare senza controllo, le diete estreme, l’uso del vomito o dei lassativi, sono percepiti dalla persona che soffre di disturbi dell’alimentazione non come un disturbo, ma piuttosto come una soluzione ai propri problemi: sovrappeso, una forma corporea non perfetta, relazionali non soddisfacenti, eventi stressanti della vita ecc.
L’approccio più efficace per il trattamento dei disturbi dell’alimentazione è quello multidisciplinare e integrato. I disturbi dell’alimentazione sono infatti disturbi psichiatrici con importanti manifestazioni psicopatologiche ed un’alta frequenza di complicanze mediche: è quindi necessaria una collaborazione tra diverse figure professionali (psicologo, psichiatra, nutrizionista, medico ecc.) che si occupino in modo integrato di questi diversi aspetti.
Oltre ai disturbi fisici e psicologici direttamente legati alla malattia, il disturbo alimentare è così pervasivo da condizionare tutti gli aspetti della vita della persona. Il pensiero riguardo al cibo, al controllo del peso, alla forma del proprio corpo, impedisce di svolgere le normali attività quotidiane. Le interazioni sociali diventano sempre più scarne e superficiali, poiché il malato rifiuta ogni contatto con chi si preoccupa per il suo peso e per il suo comportamento alimentare, fino a giungere ad un complesso isolamento sociale, che può altresì sfociare in gravi disturbi dell’umore e depressione.
Raramente le persone che giungono nei servizi specializzati hanno già maturato una vera e propria decisione di voler intraprendere una terapia per cercare la guarigione. Il contatto terapeutico precoce, attraverso cui la persona si sente accolta e ascoltata, permette dunque di aprire un dialogo con l’individuo riguardo alle sue difficoltà e monitorare eventuali complicanze sia mediche che psicologiche.
Nel caso in cui il professionista psicologo o psichiatra ritenessero la persona non ancora in grado di sostenere un percorso di trattamento, sarà opportuno attivare un percorso cosiddetto “motivazionale” che possa portare l’individuo a riconoscere consapevolmente le difficoltà verso il cibo e verso il proprio corpo che sta attraversando, e gli stavi emotivi connessi. È importante cominciare un vero e proprio percorso di terapia solo dopo la stabilizzazione della relazione terapeutica, l’alleanza verso l’obiettivo comune di combattere la malattia e di orientarsi ad un cambiamento positivo.
Il percorso motivazionale consta di questi elementi :
riconoscere di avere un disagio (consapevolezza)
percepire che la situazione crea una notevole quota di sofferenza (fisica, emotiva e relazionale)
credere nella possibilità di cambiare (senso di efficacia)
essere disponibili a “mettersi in gioco” in un contesto collaborativo
avere la forza e il coraggio di chiedere un aiuto.
La terapia cognitivo-comportamentale risulta essere un trattamento di provata efficacia per la cura del disturbo. Essa ha come obiettivi iniziali la normalizzazione del peso e l’abbandono delle condotte di restrizione dell’assunzione del cibo, delle abbuffate e delle condotte di eliminazione. Stabilizzata la situazione del peso e dell’alimentazione all’interno di una zona di sicurezza, il lavoro si focalizza successivamente sulla percezione corporea, sulla gestione delle emozioni, sulla riduzione del perfezionismo, sull’ampliamento della definizione del sé negli aspetti più introspettivi e in un secondo momento sugli aspetti relazionali.
Se pensi che tu o un tuo caro soffra di un disturbo alimentare, noti una difficoltà ad approcciarti con il cibo o con l’aspetto del tuo corpo, non sentirti solo.
Ti ascolto.
Per avere informazioni o richiedere il tuo spazio sicuro utilizza uno dei canali di contatto dello studio Mind Lab:
BIBLIOGRAFIA
• Joseph C. Segen, Concise Dictionary of Modern Medicine, New York, McGraw-Hill, 2006.
• Douglas M. Anderson, A. Elliot Michelle, Mosby’s medical, nursing, & Allied Health Dictionary sesta edizione, New York, Piccin, 2004.
• Research Laboratories Merck, The Merck Manual quinta edizione, Milano, Springer-Verlag, 2008.
LINK UTILI
https://disturbialimentariveneto.it/i-disturbi-del-comportamento-alimentare-dca/
https://www.apc.it/disturbi/adulto/anoressia-e-bulimia/disturbi-alimentazione/
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